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Giovanni Dozzini

Picture of Italian winner Giovanni Dozzini

Giovanni Dozzini est né à Pérouse en 1978 où il vit toujours. Il travaille en tant que journaliste et interprète. Ses articles ont été publiés dans plusieurs journaux mondialement reconnus tels que Europa, Le Huffington Post Inde, Pagina99, Onda Rock et Nazione Indiana. Depuis 2014, Giovanni est membre du comité organisationnel d’Encuentro, un festival qui vise à promouvoir la littérature espagnole dans la région d’Ombrie. La musique est une de ses passions et il se décrit souvent comme une « rockstar raté ».

Winning Book

E Baboucar guidava la fila (Baboucar dirige la file)

Quatre demandeurs d’asile arrivent en Italie après avoir traversé la moitié de l’Afrique et la Méditerranée. Ils sont suspendus entre l’espoir que leur demande soit acceptée et l’anxiété que celle-ci soit rejetée. Il y a ceux qui attendent pour leur première audience avant le comité, ceux qui font appel à la cour civile, ceux qui ont peut-être obtenu la protection humanitaire et qui peuvent continuer leur chemin pendant un petit moment sans trop de peur. Lors d’un weekend, ils décident de prendre le train qui les amène de Pérouse à l’Adriatique. Le voyage est rythmé de rencontres, des obsessions de chacun et de la relation fluctuante avec leur langue commune qu’est l’italien. Quarante-huit heures de ce qui pourrait sembler être de petits évènements sans incidence : amendes, bivouacs, visions, finales de football, quelques querelles que les quatre amis en file indienne n’arrêtent pas de tomber dessus par hasard dans les rues des provinces d’Italie centrale to, comme s’ils étaient de retour en Afrique. Baboucar dirige la file est une fable sans moralité, qui s’attaque au problème de l’immigration en choisissant de raconter ce qu’il se passe après la traversée, la normalité élusive d’une vie dignifiée qui suit chaque arrivage et tout ce que cette normalité contient : les peurs, les désirs, la colère, la nostalgie qui réussissent à obtenir cette résonance particulièrement poétique que seules les choses réelles ont.

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Excerpt

Baboucar guidava la fila. Subito dopo di lui veniva Yaya, qual- che metro più indietro gli altri quattro: Robert, Ousman e i due ivoriani. Accanto a loro scorrevano la ferrovia e le case, coi pia- ni terra infarciti di alimentari pakistani e Western Union. Le macchine passavano veloci, il sole era ancora alto anche se or- mai si erano fatte le sette di sera. Si erano ritrovati un’ora pri- ma nell’atrio della stazione per poi spostarsi in una piazza due isolati più in là, dove avevano potuto parlare all’ombra degli al- beri frondosi disseminati lungo il bordo. Al centro della piazza c’era una grossa palma, sul lato opposto alle panchine su cui si erano seduti una giostra rosa e decorata con disegni per bambi- ni sopra le vetrate chiuse.

«Allora domani partiamo alle sette», aveva detto Baboucar, e si era messo a spiegare il programma. Nessuno aveva obiettato, anche se era chiaro che esisteva un problema piuttosto eviden- te. Contando anche i due ivoriani, infatti, erano in sei, e nella

 

macchina di Maia ci sarebbero stati solo quattro posti. Babou- car però fece finta di niente, e si limitò a parlare dei tempi da rispettare e dei soldi, dei biglietti fino a Foligno e dei rischi da non correre più. La multa che aveva preso lui all’andata bastava e avanzava. Sotto sotto d’altronde sapevano tutti, loro per pri- mi, che gli ivoriani avrebbero dovuto trovare un altro modo per ritornare a Perugia. Avrebbero fatto quel che avevano in animo di fare dal principio, e cioè risalire su un treno e ripercorrere la strada al contrario fino a casa. E tutti sapevano, nessuno esclu- so, che non sarebbe stato un grande impiccio. Yaya aveva chie- sto a Baboucar per chi avrebbe dovuto fare da interprete in tri- bunale, ma Baboucar sapeva solo che si trattava di due senega- lesi e un gambiano, dei nomi non aveva idea. Ousman era stato silenzioso per tutto il tempo, perché pensava alla sua, di udien- za, e pensava alla richiesta d’asilo rifiutata, e non trovava ragio- ni per fare qualcos’altro che non fosse tacere e perdersi nel pro- prio sconforto. Robert aveva capito, più o meno, e si chiedeva chi gli avrebbe fatto da interprete quando sarebbe toccato a lui andare davanti alla commissione.

L’altra questione da risolvere, adesso, era quella della notte. Yaya aveva chiesto a Ousman di raccontare quanto gli avevano detto i carabinieri, ma Ousman non era dell’umore giusto per parlare, così fu Yaya a farlo, e a domandare agli altri, fingendo di domandarlo a se stesso, se fosse o meno il caso di dormire in spiaggia. A quel punto c’era stato un po’ da discutere.

«Ma noi siamo tanti. Non c’è pericolo», aveva detto Baboucar. Yaya sbuffò, e disse di non avere alcuna voglia di litigare con qualche balordo. Poi propose di dare un’occhiata vicino alla fab- brica con le ciminiere, che era meno vicino alla stazione, così si erano messi in marcia, e avevano cominciato a risalire la fer-

 

rovia. Sulle soglie dei pakistani e degli Western Union in effet- ti c’era già della gente dall’aspetto poco raccomandabile, perlo- più italiani e maghrebini con la birra in mano e gli sguardi osti- li. Uomini ma anche qualche donna, e quando i negozi furono finiti e una ragazza africana magra con un corto vestito fucsia appostata all’angolo di una bassa palazzina gli sorrise Yaya pen- sò che anche stavolta l’avrebbero sfangata. Tutti notarono la ra- gazza, tranne Ousman. Baboucar aveva promesso che gli avreb- be passato il caricabatterie appena avessero messo piede nel bar, e adesso gli sembrava di avvertire il peso del telefono inerme nel fondo dello zaino, di figurarselo con esattezza in mezzo all’a- sciugamano insabbiato e al costume asciutto.

«È petrolio?», chiese Baboucar quando furono a tre o quattro- cento metri dalla fabbrica, ma nessuno gli rispose. Dopo cinque minuti erano sotto le ciminiere. Il sole aveva finalmente preso a scendere alle loro spalle, e i sei ragazzi guardavano la linea drit- ta del mare. Si erano seduti l’uno accanto all’altro, tenevano le gambe piegate davanti a sé e le braccia stese ai lati, i palmi nella sabbia grossa e scura, la pelle nera e lucida costretta nei vestiti colorati. Gli zaini e la busta di plastica di Baboucar erano ammas- sati qualche metro più in là, vicino a una barca, e tutto intorno la gente aveva cominciato a sbaraccare e ritornare a casa per ce- na. Un vecchio pescatore abbronzato fino al midollo stava sedu- to su una sedia di tela da campeggio dirimpetto a una delle mi- croscopiche casette. Di tanto in tanto un bambino di tre o quat- tro anni sgattaiolava verso di lui, faceva una specie di pernacchia e se ne tornava sotto l’ombreggiante steso tra altre due costru- zioni. L’uomo aveva i capelli bianchi e un costume da bagno ver- de molto piccolo, le gambe e le braccia asciutte e muscolose, la grossa pancia tesa e glabra. Ai suoi piedi riposavano due lunghe

 

canne da pesca, ferme come buffi animali da riporto stanchi do- po una giornata di caccia. Baboucar scattava fotografie al mare e agli altri, qualche selfie con la fabbrica e le ciminiere sullo sfon- do. Intanto parlava del film, cercava di commentare la presenza della grande raffineria, diceva che andare al mare era stata dav- vero una buona idea. In pochi gli stavano dietro. Robert sì, e a un certo punto arrivò persino a chiedere da dove poteva venire tutto quel petrolio, ma né Baboucar né Yaya né nessun altro sep- pero o vollero rispondere. Ousman era nervoso. Sentiva la sab- bia nei calzini, e il pensiero del cellulare scarico lo tormentava.

«Per stasera secondo me qui può andare bene», disse infine Ba- boucar guardando Yaya con decisione, e quello gonfiò le guan- ce e si strofinò il dorso della mano sul naso.

«Boh», si limitò a dire.

«Perché boh?»

«Perché boh. Forse un posto meno vicino alla ferrovia può essere meglio».

«Che posto?»

«Eh», fece Yaya. «Non lo so. Non lo conosco questo posto».

Ousman si piegò in avanti e squadrò entrambi. Non erano molto lontani dal punto in cui lo avevano fermato i carabinie- ri poche ore prima.

«Forse qui abbiamo pericolo», disse.

Yaya annuì, rimettendosi la scarpa che si era tolto per liberar- si di un piccolo sasso acuminato finito sotto al tallone.

«Ma siamo tanti!», disse Baboucar. «Ci lasciano stare. E poi guarda là. La stazione è lontana. Anche i pakistani e quei kebab. Lontani. Non ci vengono qua».

Lui, come gli altri, si immaginava gruppetti di quei tossici o nordafricani in canottiera che si mettevano a perlustrare la spiag-

 

gia con una bottiglia in mano e un coltello nell’altra, pronti a ra- pinare chi gli si fosse parato di fronte o a difendere con le buone o con le cattive il loro territorio. Ma era sinceramente convinto di non correre alcun pericolo. Era vero, erano in tanti, e ciascu- no di loro ne aveva viste di tutti i colori. Ed era vero anche che si trovavano nel punto più scomodo della spiaggia. Al di là della ferrovia la strada principale curvava verso l’interno e scompari- va tra la campagna e la periferia. Cercò di spiegare questo suo ragionamento, e rincarò la dose facendoli riflettere su quanto corta sarebbe stata la notte.

«Veniamo a mezzanotte. Anzi dopo. La una. Poi alle sei ci dobbiamo svegliare. Sono meno di sei ore. Possiamo anche non dormire. Cioè, uno per volta. Posso farlo io. Quasi tutto io. Fi- no alle quattro. Poi due ore tu, Yaya. O tu, Ousman».

Robert annuì con vigore, e in un italiano stentatissimo si of- frì di dare un cambio per un turno di guardia. Baboucar lo rin- graziò, contento di avere trovato un alleato, per quanto si trat- tasse del pesce più piccolo di tutta la spedizione.

«Passeranno anche i treni», disse Yaya. «Non dormiremo un cazzo».

Baboucar si mise a ridere, forzatamente. I treni non erano un buon motivo per complicarsi la vita a cercare posti migliori. Il po- sto migliore era quello. Lo avevano immaginato da prima di par- tire, e non era successo nulla che potesse davvero fargli mettere in discussione quella decisione. Le raccomandazioni di due cara- binieri non bastavano. Perché avrebbero dovuto fidarsi di loro?

«Eh», fece a quel punto Ousman, «non lo so. Non lo so, Ba- boucar. Vediamo».

Baboucar respirò profondamente, ma decise che non si sa- rebbe fatto rovinare la giornata da un intoppo del genere. Al

 

momento di andare a dormire mancavano ancora molte ore, e dopo la partita gli altri avrebbero sicuramente cambiato idea. Dormire lì era la cosa più semplice. Con la stanchezza e col buio, gli uomini hanno voglia di andare a dormire. E il più vi- cino possibile.

Pochi metri più in là, il pescatore aveva ascoltato i loro discor- si, e ne appariva piuttosto colpito. Da qualche minuto si era ad- dirittura alzato e avvicinato, rimanendo a fissare il mare con un piede appoggiato sulla barca ma prestando tutta la propria atten- zione a loro. I due ivoriani se n’erano accorti, ma non gli interes- sava un granché. Degli altri aveva intuito qualcosa solo Ousman, che adesso lo guardava incuriosito e perplesso. L’uomo raccolse il suo sguardo, e a quel punto decise di parlare.

«Sentite», disse rivolgendosi a tutti e a nessuno, «ve lo dico io dove dormire stanotte».

Sistemò le canne da pesca e gli fece strada fin oltre il sotto- passaggio, dove Ousman ammirò ancora una volta i due mani- festi di Lory consumati dal tempo. Lei era sempre lì, chissà da quanto, colta nell’attimo prima di mettersi a cantare o andare a sistemarsi i capelli o togliersi di dosso il vestito, e lasciare i suoi grandi seni pallidi liberi di ammiccare verso chi volessero. Era lì nell’indifferenza di tutti, oramai, perché a nessuno interessava più un concerto vecchio di anni, e nessuno sapeva niente delle cose che Lory avrebbe invece potuto dire a lui, magari cantan- do, o chiedendogli un ultimo ballo. Ousman non rallentò, non ostentò interesse, vide quanto gli bastava e proseguì dietro agli altri, e quando sbucarono sulla strada al di là della ferrovia il pe- scatore aveva guadagnato qualche metro sul gruppo sgranato portandosi appresso Baboucar sottobraccio. Era in ciabatte, e s’era infilato una camicia a maniche corte completamente sbot-

 

tonata sul ventre pieno di muscoli e grasso. Ousman non senti- va bene cosa si stessero dicendo, parlava soprattutto il pescato- re ma Baboucar ogni tanto rispondeva o domandava. Gestico- lavano entrambi, e da dietro parevano due vecchi amici che si erano rincontrati dopo molto tempo.

Non ci misero molto ad arrivare dove gli aveva promesso. In una delle costruzioni sul lato sinistro della strada, stretta tra due portoncini di legno, si apriva una porta di metallo e vetro opa- co, accanto alla quale era affisso un cartello di plastica con una scritta resa illeggibile dal tempo. Il pescatore la spalancò, e su- bito furono invasi da una forte puzza di chiuso. Nei raggi di so- le che filtravano dalla porta galleggiò un pulviscolo denso. Uno dei due ivoriani tossì. Yaya fece finta di afferrare il raggio, sorri- dendo, e Ousman, che aveva avuto la stessa tentazione, gli offrì le nocche del pugno chiuso in segno di approvazione. Il pesca- tore stava già aprendo un’altra porta, pochi secondi e una luce al neon cominciò a vibrare sul soffitto.

«Il posto è questo», disse illustrando con un mezzo giro del braccio la stanza in cui si trovavano. Era piuttosto grande e qua- si del tutto vuota. Solo un angolo era occupato da una scrivania ricoperta di faldoni, accanto alla quale campeggiava una sedia da ufficio in pelle nera con le ruotine. L’uomo si avventò subi- to sulla finestra che le stava alle spalle e la aprì in fretta. Di fian- co, sul muro, c’era un calendario del 2014, su quello di fronte una grande riproduzione del Quarto Stato di Pellizza da Volpe- do. Quel muro era anche l’unico a essere ricoperto integralmen- te di legno chiaro, sottili listelli verticali separati da scanalatu- re larghe poco meno della metà. Accanto al quadro era appeso un bersaglio a cerchi concentrici gialli e neri, con due freccette conficcate non lontano dalla circonferenza.